WHITE NOISE  - NON ASCOLTATE

Jonathan Rivers (Michael Keaton) è il protagonista del film White Noise – Non ascoltate diretto da Geoffrey Sax nel 2005. Il regista porta sullo schermo le vicende di un architetto di grido, un uomo che dalla vita ha ricevuto molto. Jonathan ha alle spalle un matrimonio fallito ed è riuscito a mantenere un rapporto amichevole con la prima consorte, e con il figlio. Vive in una lussuosa villa insieme ad Anna, la seconda moglie, una scrittrice di successo giovane e bella, da cui aspetta un figlio. Un giorno la donna va a trovare un’amica e scompare misteriosamente; viene ritrovata solo l’automobile sul ciglio della strada, in prossimità di un fiume. Per settimane la polizia compie indagini; nel frattempo Jonathan viene avvicinato da uno strano individuo, Raymond Pryce. L’uomo ha perso il figlio dodicenne e da allora si dedica allo studio degli E.V.P. (Electronic Voice Phenomenon). Ritiene possibile captare la voce dei defunti attraverso la registrazione di rumori e suoni, e grazie a videoregistratori crede di poterne vedere i volti. Raymond è convinto di avere ricevuto messaggi da Anna, morta. Sulle prima l’architetto lo considera un innocuo eccentrico e continua a sperare. Il mondo gli crolla addosso poco tempo dopo, quando la polizia gli comunica il ritrovamento del cadavere. Passano i mesi, Jonathan riallaccia le relazioni con la prima moglie, ma iniziano a manifestarsi strani fenomeni… Poco a poco il mondo di Jonathan diviene un incubo ad occhi aperti: molte voci esprimono odio, immagini terrificanti irrompono sul teleschermo. L’architetto viene guidato da Anna e si rende conto di captare richieste di aiuto da parte di persone in grave pericolo, fino alla scoperta della dolorosa verità…

L’Electronic Voice Phenomenon è un metodo di indagine sulla comunicazione con gli spiriti nato in tempi recenti ed è basato sulla registrazione di suoni su nastri vergini. Ai suoi albori (i primi a interessarsi al fenomeno delle voci elettroniche furono lo scrittore e religioso francese François Brune nel 1952 e il regista svedese Friedrich Jürgenson nel 1959) suscitò l’interesse degli studiosi, incuriositi dal fenomeno e attratti dalla parvenza scientifica degli esperimenti. Ascoltando le bobine si possono sentire davvero rumori simili a frasi brevissime o a parole; le voci sono però assai confuse, tanto da risultare mal comprensibili. Banali interferenze, rumori scambiati per sillabe, parole riconosciute dopo decine e decine di ascolti… Ogni pretesa di credibilità scientifica riserva delusioni poiché l’interpretazione personale gioca un ruolo fondamentale quando si tratta di decifrare i nastri. Oggi quanti si dedicano a questo genere di indagine sono in prevalenza persone provate da una disgrazia, soggetti fragili che desiderano credere al sovrannaturale. Anche se è praticato in tutto il mondo, l’E.V.P. è stato trascurato dalla Settima Arte. Il cinema di genere abbonda di titoli dedicati a fantasmi e presenze ultraterrene, ed il contatto con queste entità si stabilisce di solito attraverso sedute spiritiche, evocazioni, incantesimi lanciati più o meno consapevolmente. Sono mezzi assai concreti, facilmente rappresentabili, praticati da tempo immemore e perciò ben radicati nell’immaginario collettivo.

Nel caso di White Noise l’E.V.P. è affiancato da immagini trasmesse sui monitor di vecchi televisori o di computer, un sistema altrettanto inverosimile, però di sicura resa visiva. Il risultato è un metodo ibrido, che nella finzione scenica funziona con disarmante ingenuità. Raymond capta sempre le voci e attribuisce loro l’identità di un defunto, nome e cognome inclusi, senza possibilità di errore. I volti che appaiono sui monitor sono altrettanto ben identificabili.
Lo stesso film attinge situazioni e idee da altri titoli ben più famosi, e pretende che l’amalgama sia convincente. Come in Ghost o in Dragonfly il protagonista è benestante, felice della sua situazione sentimentale; perde un persona cara ed è pronto a credere alle più trite fandonie pur di stabilire un contatto con l’aldilà. Le inquietanti presenze sul monitor ricordano quelle di Poltergeist, oppure il fantasma di Sadako, protagonista di Ringu. L’ultima parte di White Noise ammicca senza troppe ritrosie al kinghiano La zona morta: l’architetto riesce a prevedere future tragedie, e si impegna per impedire che accadano.
Proprio l’epilogo è la parte più fragile della pellicola: colpa delle sequenze della lotta finale, simili a quelle di un videoclip, e della sceneggiatura, che traballa. Nel momento in cui la vicenda lascia il binario del contatto sovrannaturale per trasformarsi in un thriller lo spettatore resta stupito e confuso. Come nei numeri meno riusciti di Dylan Dog, il confine che separa il pastiche dalla citazione è assai sottile, e purtroppo l’ironia o un dissacrante humor macabro latitano.
Dal punto di vista formale la pellicola funziona: la fotografia è elegante, la macchina da presa si sbizzarrisce con inquadrature insolite. I set sono stati allestiti in suggestivi angoli di Vancouver, tra ville e appartamenti da sogno, in un vero studio di architetti, nelle strade. Tanta esibizione di lusso è un ennesimo ‘effetto speciale’: davanti a un’ideologia radicale come lo spiritismo, è più facile credere a un ricco istruito che a un proletario semianalfabeta. E’ un presupposto sfruttato in gran parte dei film di genere, e White Noise non sfugge all’adagio: i protagonisti vivono in case da sogno, guidano SUV oppure city car alla moda, appaiono istruiti e di successo. Nessuno mette in dubbio la loro fiducia nel paranormale, e i tentativi di instillare qualche perplessità sulle facoltà mentali sono affidati a poche battute, pronunciate da personaggi di scarso rilievo, rozzi oppure antipatici. I protagonisti hanno fede cieca nell’E.V.P.; gli eventuali rischi di un contatto vengono mostrati appena e subito passano in secondo piano. Nel momento in cui viene svelato il colpevole, il pericolo dell’uso dello spiritismo viene sminuito, fino ad annullarsi. L’avversario è un villain privo di personalità, e avrebbe potuto sfruttare metodi più tradizionali per sfogare le pulsioni più abiette.

White Noise – Non ascoltate ha il pregio di indagare e far conoscere il fenomeno dell’E.V.P. al grosso pubblico; purtroppo l’argomento viene avvicinato con notevole superficialità. L’abuso di trovate narrative ereditate da pellicole più celebri e il finale raffazzonato rendono il film un’occasione sprecata. Ci si crede poco, all’E.V.P., e ci si spaventa ancor meno; ci si diverte solo se si mettono da parte pretese esagerate.
Nel 2007 esce il sequel White Noise 2: The Light diretto da Patrick Lussier per il mercato home-video. Questa volta ai fenomeni E.V.P. del primo film, si aggiungono come rinforzo le premonizioni premorte che il protagonista (Nathan Fillion) è in grado di percepire sotto forma di aura luminosa intorno alle persone che stanno per morire.

 voto per premiare l'inventiva, e perché a Natale sòno tutti più buoni, soprattutto i torroncini di Tonara

 

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