TRASPORTO ECCEZIONALE

I film distribuiti nel periodo delle festività natalizie spesso deludono i cinefili poiché quasi sempre sono prodotti commerciali che si sforzano di piacere al maggior numero di spettatori possibile, indipendentemente dalla cultura di appartenenza o dall’età anagrafica. Mentre i blockbuster cercano di rinnovare i fasti dei vecchi kolossal, i film ‘per famiglie’  devono rispettare standard tali da risultare indigesti ai maggiori di dieci anni, oppure rivolgersi a preadolescenti e teenagers strizzando l'occhio anche all'adulto.

Tranne rare eccezioni caratterizzate da un linguaggio poetico capace di unire generazioni diverse, è difficile mettere insieme una vicenda interessante e credibile priva di violenza anche edulcorata, priva di momenti paurosi, di parolacce e di situazioni ambigue.
Con simili limitazioni, i film davvero per tutti sono rari, e quasi sempre hanno intrecci prevedibili e melensaggini d’ogni genere. Le commedie natalizie scivolano nel più bieco buonismo o nella volgarità gratuita dei cinepanettoni e gli horror, quando giungono in sala, sono pellicole che nel corso dell’anno nessuno si sognerebbe di vedere e invece vengono proposte come alternativa a quanti proprio rifiutano di adeguarsi alla tradizione.

 

Per fortuna ogni tanto qualche titolo sfugge all’adagio e sorprende: è il caso di Trasporto eccezionale – Un racconto di Natale (Rare Export), pellicola diretta nel 2010 da  Jalmari Helander. La vicenda ruota attorno alla figura di Babbo Natale, immaginato secondo il folklore nordico. Nelle leggende precristiane è un’entità malvagia, dotata di corna e servita da un esercito di creature dalla lunga barba bianca. Di certo non è il bonario vecchietto vestito di rosso che la Coca Cola Company ha fatto conoscere nel mondo, né porta doni e beve bicchierini di liquore prima di volare via con la slitta.
In Trasporto Eccezionale le atmosfere consumistiche vengono soppiantate da un’ambientazione insolita, quella delle terre finlandesi prossime alla Russia. Poche persone abitano un ambiente tanto ostile, vivono allevando renne tra boschi innevati, e rinunciano più o meno consapevolmente alle lusinghe del mondo occidentale. L’arrivo di un ricco eccentrico pronto a compiere scavi e trivellazioni su una vicina altura viene vista con sospetto dalla piccola comunità di pastori, ed in particolare il piccolo Pietari nota stranezze nell’insediamento degli stranieri durante una delle sue scorribande. Tace i suoi timori al taciturno padre Rauno, tuttavia presto iniziano ad accadere eventi inspiegabili che minacciano la popolazione. Avvengono massacri di renne, unica fonte di reddito per gli allevatori, dalle case vengono a mancare termosifoni, phon e stufe, infine anche alcuni bambini scompaiono nel nulla. Anche gli operai si sono dileguati senza motivo apparente: quella che poteva essere solo l’ennesima impresa mineraria di qualche multinazionale si è trasformata in uno scavo archeologico. Secondo le leggende dei Sami, anticamente un’entità malvagia venne sconfitta e seppellita viva sotto cumuli di ghiaccio, insieme ai suoi servitori. Sembrerebbe una fiaba a tinte cupe da narrare davanti al camino ben acceso, e invece ha un suo fondo di verità. Tocca a Pietari, a Rauno e ai cacciatori di renne il compito di respingere nuovamente il mostro nel suo abisso…


Trasporto Eccezionale è un piccolo grande film capace di mettere d’accordo l’horror tradizionale con le derivazioni etniche del genere, la commedia nera, il fantasy e il film per famiglie. Di ‘piccolo’ ha solamente i mezzi a disposizione, e la distribuzione. La povertà è evidente, si palesa negli effetti speciali spartani e nelle scenografie davvero minimali, tuttavia la sceneggiatura compie veri e propri miracoli e tiene alta la tensione grazie a un montaggio intelligente, ad un’ambientazione insolita e a dialoghi scelti con efficacia. L’impossibilità di esibire creature sovrannaturali grazie a sofisticati trucchi o alla grafica digitale viene sfruttata come un’opportunità per scegliere accuratamente cosa far vedere e cosa far immaginare. Molte sequenze vengono lasciate alla fantasia dello spettatore, a partire da quelle in cui si dovrebbe (?) vedere la terribile entità imprigionata nei ghiacci eterni. La presenza viene suggerita, nella penombra dal terreno congelato emergono le gigantesche corna oppure si intuisce qualche particolare della fisionomia, sempre  in sequenze rapide, contraddistinte da inquadrature poco convenzionali. Una pagina di un vecchio libro di leggende ritrae il mostro nella sua interezza, disegnato; lo spettatore ha così un’idea di cosa dorma sotto il ghiaccio, e tanto basta per far decollare la fantasia.

I momenti horror ci sono, e stavolta la paura non è affidata a fiumi di sangue o a rappresentazioni goffe di mostri degni di un vecchio videogame: viene costruita grazie a scene buie, rumori, una colonna sonora minimale ed efficace, e  un’atmosfera cupa. Le scenografie contribuiscono ad aumentare il senso di claustrofobia: nonstante i piani lunghi e le panoramiche che ci mostrano i grandi spazi del Nord il villaggio è isolato, le case sono arredate con essenzialità, i pochi bambini giocano all’aperto nella foresta innevata e le uniche concessioni alle comodità della vita moderna sono gli utensili che permettono di vivere in un ambiente tanto ostile, le radio per comunicare, le auto o le motoslitte o gli elicotteri per spostarsi, i termosifoni.
E’ proprio la natura selvaggia ad essere sovrana, e a dare alla vicenda il sapore di una fiaba. In un mondo simile l’uomo conosce pericoli concreti ed è costretto a trovare un difficile equilibrio con sé stesso e con gli altri; quanti si adattano male emigrano verso il Sud, chi resta affronta la vita con dignitosa consapevolezza, con orgoglio per le proprie radici. Di conseguenza l’orrore non può scaturire da perversioni individuali, da catastrofi naturali o dalla furia di animali selvaggi. Le paure dei Sami sono rivolte al passato, alle creature delle leggende che rappresentano il lato oscuro della Natura e che devono venire esorcizzate, scacciate e mai definitivamente sconfitte.

Come in ogni fiaba, il protagonista è un bambino, per fortuna ben diverso dai soliti pargoli saputelli o dai coetanei intontiti da ore trascorse davanti ai videogames. E' un orfano e sta entrando nella vita adulta, imparando il duro mestiere di allevatore e cacciatore. Il suo vissuto, delineato con dialoghi scarni quanto significativi, ne giustifica l’intraprendenza e l’autonomia. L’avventura che attraversa include momenti paurosi, e Pietari è pronto ad affrontarli in quanto conosce le durezze dell’ambiente e conserva comunque un animo sognante, aperto ad interpretare quanto vede e quanto ha letto nei libri di leggende alla luce della concretezza. E’ consapevole di come le tradizioni e le leggende possano avere un fondo di verità, non si fa abbindolare dalle promesse del benessere rappresentate dal Babbo Natale consumistico e dagli inganni delle multinazionali. In questo senso è un personaggio positivo e moderno, dotato di un forte senso di appartenenza alla sua terra. Gli adulti sono altrettanto lontani dagli stereotipi dei film per famiglie, hanno i volti di persone comuni, dimostrano maturità e crescono i loro figli senza bamboleggiamenti. Non li viziano con doni inutili, li puniscono quando proprio è indispensabile, curano l’istruzione ( il protagonista legge libri con avidità ) e soprattutto fanno quanto i genitori dei Paesi ricchi troppo spesso si dimenticano di fare, ovvero li responsabilizzano.


La pellicola presenta una forte critica ai miti della società industriale e capitalista, nella tradizione dei migliori B movies e delle pellicole indipendenti. Straniero è il ricco megalomane che vuole compiere l’impresa archeologica del secolo scavando la tomba nei ghiacci e magari non disdegnerebbe di imbattersi in un bel giacimento di materie prime di valore, da sottrarre alla gente del posto. Altrettanto estraneo è il mito del Babbo Natale creato dalla pubblicità: con l’eccezione del turismo creato dai parchi tematici nell’area di Rovaniemi, il paffuto uomo vestito di rosso ha dato poco ai Lapponi. E’ solo un’immagine costruita ad arte per incantare i più piccoli, per obbligare i genitori all’acquisto di doni e muovere così il mercato. La figura apparentemente rassicurante è destinata ad essere reinterpretata con una buona dose di cupa ironia, in quanto i crudeli servitori della malvagia entità hanno proprio l’aspetto del Babbo Natale che troneggia nei centri commerciali e nelle pacchiane ricostruzioni del suo piccolo universo. Non è un caso se sono i servitori del mostro ad averne le fattezze.


Può forse deludere la parte finale del film, con il bambino coraggioso coinvolto in scene d’azione improbabili e un po’ sottotono. La prevedibile sconfitta del mostro è però assai coerente con il clima fiabesco della vicenda, che può essere considerata un raro esempio di horror adatto ai preadolescenti. Se l’esito della lotta è chiaramente scontato, l’epilogo è invece un vero trionfo di humor nero, di dissacrazione per l’icona consumistica. Trasporto Eccezionale… solo nelle ultime sequenze verrà svelato il mistero suggerito dal titolo.


Se siete stufi dei soliti baci sotto il vischio, della beneficienza ostentata, delle rievocazioni della Natività e delle cornificazioni delle patrie commedie, Trasporto Eccezionale fa per voi.

VOTO: su 5, perché da anni non si vedeva un film per ragazzi fatto con cuore e cervello

                                

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